Mentre sulla città s’alzano le prime luci dell’alba, l’ineffabile Brunislao Moulinsky sta per compiere l’ennesimo misfatto.
Toc, Toc, Toc, Toc, Toc. Toc: «son qui sotto, apra la sua porta, faccia presto… non importa cosa crede lei di questo movimento, ma l’avverto che al suo posto non ci penserei due volte, dato l’imminente arrivo di Gesù, perché poi non torna più!»
Penso, rifletto, un po’ dormo e un po’ rifletto, ora ricordo: «Ecco, proprio ieri, andando a fare due passi in un percorso di fede, mi chiedevo: Posso smaltire i peccati con il jogging? Ma sono troppi i peccati mortali che ho collezionato: Fatto adulterio, mentito, rubato, Continuamente pisello toccato».
Non c’è espiazione che tenga: «Passa domani – mi affretto a rispondere -, che adesso non si può, oggi non apro, perché sciopererò».
Ma l’ineffabile martella imperturbabile: «Come ogni giorno, ogni momento, percorri le tue volute velleità. Se solo avessi potuto cambiare il mondo, all’improvviso, avrei bruciato l’accidia immemore che ti porta il tempo».
L’accidia…, le velleità…, ma cosa avrà inalato Brunislao, meglio non contraddirlo. E così, mentre il mondo cade a pezzi, io compongo nuovi spazi, mi allontano dagli eccessi e dalle cattive abitudini.
Ma passar dalla ciabatta alle asics prophecy non è come andar una mattina al mar, oppure passeggiar.
Se ti fanno mettere una bella tuta blu dell’anzolese, quello che eri non sei più.
Partire, correre, morire. Reazione fisica la chiamavano al corso ufficiali: la prima volta non me ne sono nemmeno accorto, mi son distratto solo un secondo, l’attimo dopo ero già sepolto.
«Se si potesse non morire di fatica tutte le volte… – dice il saggio Bobo, dandomi manforte – E se si potesse mangiare senza ingrassare, ci sarebbe un po’ più amore e meno fame. E non avremmo neanche il tempo di soffrire».
Ma non c’è niente da fare, si va. Perché Brunislao non lo sa: all’Iperborgo, dove corriamo, ci hanno costruito una città. Cemento, asfalto, diesel e preservativi usati buttati in quantità: si corre in mezzo a tanta civiltà.
Questa corsa è come una canzone mononota, passo dopo passo ti fa condurre un’esistenza di sforzi, tallonando la chimera di una melodia composita.
«Come al solito: credo negli angeli ma frequento l’inferno – pensa Bobo Patsy, ma non sa esprimere il suo sentimento. (E poi: lui non era il saggio Ten?). Spiegami il senso, dimmi la verità: non conosco più la mia vera identità».
Tanto vale correre. Patricia con voce da Nick Carter lancia la sfida: Occhio per occhio, dente per dente: chi si ferma ora è un deficiente. Correre veloce per non pensare. Perché ho fatto tanti errori che ripensandoci non farei, ma a questo mondo dimmelo tu chi non sbaglia mai. Ah, la felicità! Non ricordo più che sapore ha la felicità!
Corro veloce che quasi volo, sorpasso i pensionati passeggianti come i satelliti sulle formiche, mentre scivola via un brivido dalla mia schiena. Siamo primi, la vittoria ci arride, o almeno il premio della critica. Ma non c’è niente da fare: all’arrivo Patricia dà 10 minuti a Brunislao («ebbene sì maledetto Carter, hai vinto anche stavolta»). Poi l’asfalto, il cemento, la coca zero, l’aria densa di esalazioni dai canali di scolo, il freddo pungente sulla tuta umida. «Presto tutti in macchina, e l’ultimo chiuda la porta!»
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